Su “La prossima vita” di Pat Boran

Boran_coverLa voce poetica di Pat Boran è da sempre profondamente radicata nel quotidiano. Boran è un avido e curioso osservatore di tutto ciò che lo circonda, e possiede il raro dono di dar forma di poesia a ogni minimo evento, senza tuttavia mai risultare banale, senza mai scadere in una forzata apologia delle piccole cose. La sua poesia è in grado infatti di parlare con naturalezza di grandi eventi che hanno segnato la storia dell’umanità, così come di circostanze personali e familiari che hanno determinato il suo processo di identificazione in quanto individuo e poeta. La sua capacità visionaria riesce a penetrare la superficie degli oggetti più quotidiani (la mela sul tavolo, l’uomo di neve) mostrando al lettore quanto tutto parli in fondo anche di noi e si rivolga a noi senza che riusciamo a fare altrettanto (il cane che ci scruta, ci guida e protegge, ma anche il verme che svolge in segreto il suo mestiere, tanto sacro quanto deprecato).

Nella poesia di Boran anche il passato abita il presente cui la poesia lo richiama, nominando i volti, evocati dalle vecchie foto, dai luoghi ormai derelitti, dai ricordi, che riemergono all’improvviso, inaspettatamente, talvolta per ferire e muovere al rimpianto, talvolta per strappare un sorriso nei momenti più duri, popolando la solitudine di echi e sguardi lontani. La lingua poetica di Pat Boran è estremamente viva, “abbastanza flessibile per lasciare la pagina” (Poetry Ireland Review) per venirci incontro e trascinarci nel flusso del discorso.

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