Alessandro De Santis, Metro C, Manni 2013

recensione di Chiara De Luca

 

Metro_C_cover

È una lingua “lastricata di stazioni di carne” quella di cui si serve Alessandro De Santis per raccontarci il suo viaggio per tappe e stazioni dell’umana via crucis quotidiana a bordo della Metro C Pantano-Centocelle, eternamente in costruzione a Roma, eternamente procastinata, come le vite cui qui assistiamo nel sottosuolo della città. Lo sguardo taglia di sfuggita piccoli scorci di miseria, dettagli che risaltano sull’insieme, particolari che s’imprimono nel passare, proprio come se il poeta scrivesse guardando dal finestrino della metro, mentre il paesaggio umano si dipana e resta solo un istante, per poi confondersi e svanire. Il verso segue il ritmo e la direzione dell’andare, risultando netto e tagliente, asciutto fino all’essenziale, spesso irriverente, in quel suo modo di dissacrare anche la retorica in improbabili accostamenti e paragoni (all’internet point di “Fontana Candida” “senti i canti di Ramadan salire su da youtube / come l’acqua per la pasta quando bolle”, a “Torre Angela” Fausto “Scuote le sue ore cattive […] / come cuocesse un uovo al tegamino”).

Il treno alla stazione si ferma solo brevemente per lasciar scendere qualcuno e per lasciar salire qualcun altro: non c’è tempo per tracciare un disegno in dettaglio, soltanto per racchiudere nei tratti brevi e decisi di uno schizzo (o nella studiata approssimazione di una caricatura) l’essenza di una vita per come in quell’istante avviene. Quando il treno riparte, i personaggi si materializzano sul foglio, dolorosamente nitidi, prigionieri della medesima banalità del proprio soffrire. Tutti gli attori di questa grottesca commedia umana sono accomunati dalla debolezza, dalla fragilità della propria indolenza, o dalla crudeltà di un destino imposto e interiorizzato. Da Mirco, che sembra proteggersi dentro il suo bel gilet, “la mano destra piantata / dritta nella tasca, scenica / il viso chiaro, sbarbato, / da vero neomelodico, capelli / a frangia e profumo neutro” (“Farnesina”), all’uomo senza braccia “quell’albero potato / senza rami” (“Torre Maura”), privo di quei legami che restituiscono all’uomo una possibile identità; dal rumeno con “i jeans puliti, azzurro chiaro / con i punti di varechina sugli stinchi” (“Grotta Celoni”), a Dino, col papavero in vista nello scollo della camicia, a Ida che “Lenta come un pavone / muove l’unghia pittata ad indicare / com’è che vuole il taglio” (“Giardinetti”), ad Aurelio, l’uomo dal “corpo cavernoso” col naso “bocciolo tra due nubi”, i “passi stretti” “da boxeur” (“Fori imperiali”). Tutti questi personaggi hanno un nome ma potrebbero non averne nessuno, o infiniti. Sono gli spiriti smarriti che popolano le nostre città, rinchiusi nella prigione di un tempo solo all’apparenza rapido – pieno di crimini o di feste, di brindisi o di furti, di baci o di pugni – eppure inamovibile come una condanna.

Non a caso Fabio, che scorgiamo di sfuggita nell’intimità del suo appartamento, ha nel polmone la stessa ninfea di Chloé, compagna di Colin, il protagonista del romanzo La schiuma dei giorni di Boris Vian. Non a caso, nella poesia che segue, Paolo, che ha appena baciato la sua compagna e chiuso la finestra, ha “nel riflesso delle sue pupille / la schiuma dei giorni, una bava / luminosa che si fa / d’un tratto resina” (“Auditorium”). Come Fabio, Paolo sa che “non sarà un terremoto / quello che ci spazzerà via, / né una risata buona e giusta quella che ci seppellirà”. Non sarà un evento eclatante, bensì qualcosa di molto più silenzioso, come lo “strano frutto” appeso al cuore di Jacopo, quel frutto che se urli piano “non / oscilla neppure un po’”, (“Villa San Pietro”), come quel male che se stai fermo e zitto forse non esplode. Paolo sa di non poter lasciare il mondo fuori dalla finestra, sa di non potersi illudere che non finirà sul lastrico per acquistare i fiori che servono a salvare la sua Chloé, forse proprio nel momento in cui anche lui si sentiva al centro del “ballo felice e rovinoso” (“Giuochi istmici”) della vita. Tutti questi personaggi, nominati e tratteggiati, eppure anonimi e senza volto, sono schiacciati dal peso dal medesimo oscuro sentimento di precarietà, rosi dal tarlo della medesima incertezza. Tutti loro sono destinati allo svanimento nell’uniformità della loro grottesca caricatura, come svaniscono in fretta le immagini davanti al finestrino della metro quando lascia l’ennesima stazione. La città appare qui come un monte dei pegni, dove “la conta non ha primi / ma ultimi a decine” (“Tomba di Nerone”), dove l’unica cosa certa è la sconfitta, e dove a queste caricature umane manca anche il conforto della solidarietà nella comune miseria. Eppure tutti loro, come Domenico in “Chiesa Nuova”, restano legati “a questa terra come il più / basico degli elementi chimici.”

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