POWELL WARD, John

John_Powell_Ward_coverJohn Powell Ward, L’ultimo anno verde

 “La tavolozza / degli alberi è rossa, chiazze gialle e / rosse di vernice e fornisce // anche pennelli / appuntiti per lavorare, / la carta del cielo”, scrive John Powell Ward in “Autunno”, una delle suite di poesie più belle che compongono L’ultimo anno verde, proiettandoci fin dalle prime pagine nell’universo prismatico di questa raccolta, dove ogni oggetto, ogni scaglia o frammento, di cosa o di ricordo, ogni foglia, boccio, filo d’erba (rilkianamente) sussurra, parla, domanda, provoca o urla, invocando una risposta, cercando comunione. Come “Autunno” ben sintetizza, la poesia di John Powell Ward non si accontenta di (de)scrivere il mondo, bensì spesso preferisce riscriverlo, ridisegnarlo, utilizzando però i colori e le sfumature che il mondo stesso mette a sua disposizione. Si tratta di colori nascosti, percepibili mediante un minuscolo scarto rispetto al consueto angolo visuale. Si tratta di sfumature celate e confuse appena sotto la prima superficie lieve delle cose, tra le venature delle foglie, tra le increspature delle acque e gli interstizi della corteccia, rivelate a un rapido colpo di vento, prima che la normalità di nuovo distenda impercettibile il suo velo. È in questi piccoli intervalli illuminati e illuminanti – che trascendono la luce del quotidiano per rifrangerla e moltiplicarla – che il poeta affina la visione e spalanca lo sguardo per cogliere quel che rapidissimo passa senza fermarsi, per poi subito sottrarsi. È in questi brevissimi attimi di accensione delle braci della visione che il poeta afferra la tavolozza della natura, che guida la sua mano sul pennello e tratteggia le proprie poesie, con pennellate brevi e decise, contorni nitidi e sicuri, che si sfuocano e sfumano divenendo a tratti altro. La poesia di John Powel Ward si scrive  e descrive sull’acqua, sull’erba, sul foglio grande del cielo da cui nasce, così come “i gambi delle foglie scrivono” i loro “acquerelli”, raccontano la propria storia e la storia di tutto quel che dal basso, dal piccolo hanno visto passare, crescere, svanire e tornare, con la successione delle stagioni, l’alternarsi delle fasi del giorno che a volte spezza il proprio ritmo per rispondere a quello – prodigiosamente fluttuante – dell’animo umano. Nella poesia di John Powel Ward immobile realtà concreta e surrealtà cangiante e metamorfica si mescono, fondono e con-fondono con l’immaginazione poetica, con lo slancio emotivo e la concretezza schiacciante, eppure evanescente e instabile, del ricordo, della rievocazione della propria o dell’altrui storia, affidata alla voce rapida del vento, al coro effervescente degli imprevedibili elementi. Ogni anno è per John Powell Ward un “ultimo anno verde” da carpire in ogni suo più piccolo aspetto, in ogni sua minuscola mutazione. Ogni anno è il primo e l’ultimo del mondo, il primo e l’ultimo di una vita vigile e consapevole della transitorietà propria e di tutto ciò che la circonda. Ma non per questo meno aperta e ricettiva e proiettata verso l’esterno, il diverso, da sé e dal già noto.

 Chiara De Luca

In John Powell Ward, L’ultimo anno verde, Kolibris 2011

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